“Fuori dalla classe perché disturbano”: la scuola italiana tradisce i ragazzi disabili

Immagine generata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale

La denuncia di Salvo Zena dà voce a centinaia di famiglie. Dalle primarie alle superiori, alunni con disabilità esclusi dalle aule e insegnanti di sostegno usati come tappabuchi. Una violazione sistematica di Legge 104, Costituzione e Convenzione ONU

“Oggi non si può più stare in silenzio. Non è un caso isolato, non è una voce, non è una situazione sporadica. È un sistema che non funziona”. A dirlo è Salvo Zena, genitore di un bambino disabile, che ha raccolto il grido d’allarme di mamme e famiglie da diverse metropoli italiane. La denuncia è pesantissima: ragazzi con disabilità, dalla primaria alla secondaria, vengono mandati fuori dalla classe.

Perché disturbano

Sì, fuori. E il motivo è sempre lo stesso: disturbano. Fermiamoci un attimo, perché qui bisogna avere il coraggio di dirle le cose come stanno. Un ragazzo con disabilità viene escluso proprio nel luogo che dovrebbe essere il primo spazio di inclusione. Questo è in aperto contrasto con la Legge 104/1992, articoli 12 e 13, sul diritto all’istruzione e all’integrazione scolastica, e con il Decreto Legislativo 66/2017 che impone un’inclusione reale e non solo formale.

E allora la domanda è una sola: questa è scuola o è esclusione mascherata?

La legge parla chiaro, la realtà fa l’opposto
Qui non è solo una scelta educativa discutibile. È una questione di legge. La legge dice chiaramente che questi ragazzi devono stare in classe, devono essere inclusi, supportati, accompagnati, non allontanati. Lo impone anche la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, recepita in Italia con la Legge 18/2009. Lo ribadiscono gli articoli 3, 34 e 38 della Costituzione Italiana: uguaglianza sostanziale, diritto allo studio, tutela delle persone con disabilità.

Invece cosa succede nella realtà?

Che quando diventa difficile, quando serve competenza e organizzazione, la soluzione più semplice è sempre la stessa: mandarlo fuori. Ma mandare fuori un ragazzo non è una soluzione. È una sconfitta. È la sconfitta di un sistema che non gestisce la complessità e scarica tutto sul più fragile. Una possibile discriminazione anche ai sensi della Legge 67/2006, che vieta qualsiasi comportamento che metta la persona con disabilità in posizione di svantaggio, anche indiretto.

Il sostegno usato come “jolly” per le supplenze

Come se non bastasse, c’è un’altra cosa che sta succedendo, ed è ancora più grave. In alcune scuole l’insegnante di sostegno viene utilizzato per coprire le supplenze dei professori assenti. Tradotto: si toglie il sostegno al ragazzo con disabilità per tappare i buchi della scuola.

Il risultato?

Quel ragazzo resta solo. Senza supporto. Senza assistenza. Senza quello che gli spetta per diritto. Una violazione della Legge 104/1992 e del http://D.Lgs 66/2017 che prevedono un supporto adeguato e continuativo sulla base del Piano Educativo Individualizzato, il PEI.

E sia chiaro: questo non è un errore. Non è una dimenticanza. Non è una soluzione temporanea. Questa è una violazione. Perché il sostegno non è un jolly, non è una figura che si sposta dove serve. È assegnato a uno studente preciso, fa parte del suo percorso, del suo equilibrio, del suo diritto a stare in quella classe come tutti gli altri. Lo ha ribadito anche la Corte di Cassazione con la sentenza n. 25011/2014: il PEI deve essere rispettato e non può essere ridotto per carenze organizzative o mancanza di personale.

Che scuola è una scuola che toglie il sostegno?

Che messaggio stiamo dando? Che i diritti valgono solo finché non creano problemi? Che l’inclusione è vera solo quando è comoda? A parole siamo tutti inclusivi, tutti sensibili, tutti attenti. Ma poi nei fatti succedono queste cose.

E queste cose hanno un peso. Hanno un peso su quei ragazzi, sulle loro famiglie, su chi ogni giorno combatte per garantire una vita dignitosa ai propri figli. Si configura ancora una volta una violazione del principio di uguaglianza dell’articolo 3 della Costituzione e una discriminazione ai sensi della Legge 67/2006.

Non è normale. È ingiusto

Stiamo andando verso un mondo che parla di inclusione ma nei fatti lascia indietro i più fragili. Un mondo che non tutela nemmeno la cosa più semplice: la quotidianità, la presenza, il diritto di esserci dei nostri figli.

Qui non stiamo parlando di numeri, di organizzazione o di burocrazia. Qui stiamo parlando di persone. Di ragazzi. Di famiglie.

Non è accettabile che tutto questo venga normalizzato. Perché non è normale. È sbagliato. È ingiusto. Ed è ora di dirlo e soprattutto denunciare. Perché su queste cose non si può più stare in silenzio.

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