Lorenz Zadro, promoter e responsabile della comunicazione di A-Z Press, denuncia la trasformazione dell’industria musicale: «I club non stanno scomparendo per sfortuna, ma perché rappresentano l’ultimo spazio dell’imprevedibilità». Al centro del dibattito il ruolo degli algoritmi, la perdita dell’identità artistica e il futuro della musica dal vivo.
La musica dal vivo in Italia sta attraversando una trasformazione profonda. Da una parte i grandi concerti negli stadi, i festival e i palazzetti che puntano a registrare il tutto esaurito, dall’altra i piccoli live club, sempre più in difficoltà nel trovare spazio all’interno di un mercato dominato dai numeri e dalla visibilità digitale.
Ma siamo davvero di fronte a una crisi provocata esclusivamente dalla burocrazia, dall’aumento dei costi e dalla mancanza di sostegni economici?
A mettere in discussione questa interpretazione è Lorenz Zadro, da oltre vent’anni promoter, operatore culturale, musicista e responsabile della comunicazione dell’ufficio stampa A-Z Press, che propone una lettura critica delle dinamiche dell’industria musicale contemporanea.
Secondo Zadro, la progressiva scomparsa dei piccoli spazi dedicati alla musica non sarebbe soltanto la conseguenza delle difficoltà economiche, ma anche il risultato di un sistema che privilegia la prevedibilità commerciale rispetto alla scoperta artistica.
«Il sistema musicale contemporaneo non sta subendo la morte dei club, la sta pilotando», sostiene Zadro, individuando nell’imprevedibilità uno degli elementi che rendono questi luoghi sempre meno compatibili con le strategie del mercato.
Negli ultimi anni il successo di un concerto viene sempre più spesso misurato attraverso la quantità di biglietti venduti, la rapidità con cui si raggiunge il sold out e la capacità di generare contenuti sui social network.
Un modello che, secondo l’analisi di Zadro, rischia di trasformare la musica dal vivo in un prodotto costruito principalmente intorno alla certezza del risultato economico.
I grandi eventi possono contare su campagne promozionali avviate con largo anticipo, prevendite che iniziano molti mesi prima dello spettacolo e un pubblico già fidelizzato.
Il live club, invece, risponde a logiche differenti. La sua forza risiede nella vicinanza tra artista e spettatore, nella possibilità di sperimentare nuovi linguaggi musicali e nella curiosità di assistere a un’esibizione senza conoscerne necessariamente il protagonista.
È proprio questa componente di rischio a rappresentare, nella riflessione di Zadro, il valore culturale dei piccoli locali.
Il problema non sarebbe quindi soltanto riempire una sala, ma comprendere quale esperienza si intenda offrire al pubblico.
Uno degli aspetti più controversi riguarda il crescente peso delle piattaforme digitali nella selezione degli artisti.
Ascolti su Spotify, visualizzazioni su YouTube e popolarità su TikTok sono diventati indicatori importanti anche per chi organizza concerti.
Il rischio, secondo Zadro, è che questi parametri finiscano per sostituire completamente la capacità di ricerca e la sensibilità dei direttori artistici.
«Se un artista non porta in dote una curva di crescita garantita dai dati di ascolto digitali, i club, spaventati e soli, non lo mettono in cartellone», osserva il promoter.
Una scelta comprensibile dal punto di vista della sostenibilità economica, ma che potrebbe progressivamente impoverire l’offerta culturale.
In passato, infatti, molti locali costruivano la propria reputazione attraverso una programmazione riconoscibile. Il pubblico frequentava un determinato club perché si fidava delle sue proposte, anche quando gli artisti erano poco conosciuti.
Oggi, secondo Zadro, questa identità rischia di scomparire, trasformando i locali in semplici contenitori per spettacoli di musicisti che hanno già raggiunto una certa notorietà online.
La conseguenza è un circolo vizioso: meno spazio agli emergenti, minore sperimentazione e progressiva perdita del ruolo culturale dei club.
La riflessione non riguarda esclusivamente l’economia della musica, ma investe anche la funzione sociale dei luoghi dedicati agli spettacoli dal vivo.
I live club sono stati storicamente punti di incontro, laboratori creativi e spazi nei quali sono nate nuove scene musicali e comunità artistiche.
Luoghi capaci di favorire il confronto diretto tra persone, generazioni e sensibilità differenti.
Per Zadro, la loro progressiva marginalizzazione rischia di ridurre le occasioni di partecipazione culturale, favorendo un modello nel quale il pubblico diventa soprattutto consumatore di grandi eventi.
«L’azzeramento della cultura dei club in Italia non è una crisi di consumi: è un processo di bonifica sociale e culturale», afferma, utilizzando parole particolarmente dure per descrivere un fenomeno che considera ben più ampio della semplice contrazione del mercato.
Si tratta di una posizione critica che chiama in causa non soltanto le grandi aziende dell’intrattenimento, ma anche gli operatori del settore e le loro scelte di programmazione.
Il nodo centrale resta la capacità dei piccoli spazi di conservare una propria identità, senza rincorrere necessariamente le logiche commerciali dei concerti di massa.
Quale futuro, dunque, per la musica dal vivo nei piccoli locali italiani?
La proposta di Lorenz Zadro punta su un cambio di mentalità: recuperare il coraggio della sperimentazione, valorizzare gli artisti emergenti e ricostruire un rapporto stabile con le comunità locali.
Non significa ignorare la sostenibilità economica, ma evitare che ogni scelta artistica venga subordinata esclusivamente alla previsione degli incassi.
Un club può distinguersi attraverso una programmazione originale, una proposta musicale coerente e la capacità di diventare un punto di riferimento per il territorio.
Secondo Zadro, occorre anche ripensare la comunicazione musicale, troppo spesso concentrata sui numeri e sulle classifiche anziché sulla qualità delle esperienze artistiche.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di stimolare la curiosità, raccontare nuovi talenti e restituire valore alla scoperta.
In questa prospettiva, il successo non coincide necessariamente con un locale esaurito in ogni occasione, ma anche con la capacità di costruire nel tempo un pubblico consapevole e partecipe.
La provocazione di Lorenz Zadro apre una questione importante per l’intero settore musicale italiano: può esistere un futuro per la musica dal vivo senza luoghi nei quali gli artisti possano crescere, sperimentare e incontrare il pubblico?
I grandi concerti rappresentano una componente fondamentale dell’industria dell’intrattenimento, ma difficilmente possono sostituire la funzione culturale dei piccoli spazi.
La sfida non dovrebbe essere quella di contrapporre necessariamente stadi e club, bensì di preservare un ecosistema nel quale possano convivere esperienze differenti.
Perché prima di raggiungere i grandi palcoscenici, molti artisti hanno bisogno di luoghi dove esibirsi, sbagliare, migliorare e costruire una propria identità.
Ed è proprio questa possibilità che, secondo Zadro, rischia di essere sacrificata sull’altare della prevedibilità commerciale.
Salvare i live club significa allora difendere non soltanto una parte del mercato musicale, ma anche la libertà di scoprire qualcosa di nuovo.
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