IL PRIMO MAGGIO CHE NON ESISTE: L’ITALIA FESTEGGIA, I CAREGIVER LAVORANO

Il primo maggio dei lavoratori invisibili

Mentre il Primo Maggio, l’Italia si ferma per celebrare la Festa dei Lavoratori, migliaia di italiani non staccano. Non c’è corteo, non c’è pic-nic, non c’è fine turno. Ci sono pannoloni da cambiare alle 3 di notte, terapie da somministrare all’alba, crisi da gestire senza preavviso. Sono i caregiver familiari. E per loro, come scrive Anna Combatti, madre e caregiver di un ragazzo con disabilità gravissima, “il Primo Maggio non esiste”.

Anna, non parla solo per sé. Parla per un esercito di almeno 7 milioni di persone in Italia, costrette a trasformare la propria casa in una corsia d’ospedale h24 ed il tutto: Senza stipendio, Senza contributi, Senza diritto alla malattia.

Lavoro invisibile, risparmio visibile: i numeri che lo Stato non vuole contare

Un caregiver familiare lavora in media 18 ore al giorno. Se fosse pagato, costerebbe allo Stato tra i 35 e i 50 mila euro l’anno a famiglia. Moltiplicato per milioni di nuclei, il risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale è di decine di miliardi. È l’unico “welfare” che funziona senza finanziamenti: si basa sull’amore e sul senso di colpa.

Ma l’amore non versa i contributi. Non paga l’affitto. Non cura la depressione, l’insonnia cronica, le patologie muscolo-scheletriche che il 65% dei caregiver sviluppa. Il prezzo del risparmio pubblico è la salute di chi assiste.

“Non siamo angeli”: basta retorica, servono contratti

“Non chiamateci angeli”, scrive Anna Combatti. Perché l’angelo non sciopera, non chiede, non si ammala. L’angelo è funzionale al sistema. Definire eroico un lavoro non retribuito è il modo più elegante per non pagarlo.

Il caregiver familiare è un lavoratore a tutti gli effetti. Gestisce PEG, aspiratori, ventilatori, crisi epilettiche, cateteri. Sostituisce OSS, infermieri, educatori. Eppure non ha ferie, non ha mutua, non ha TFR. Se si ammala, chi prende il suo posto? Nessuno. Se muore prima dell’assistito, chi tutela il figlio disabile? Il vuoto.

I 3 diritti negati che costano una vita

Anna Combatti ne elenca quattro, ma sono tre i pilastri che mancano e che trasformano la cura in condanna:

Diritto al riposo: Senza un sistema di sostituzione garantito, il caregiver non può avere un giorno di malattia. L’ISEE non conta le ore di veglia.

Diritto alla pensione: Anni di lavoro di cura non versano contributi. A 67 anni ti ritrovi senza pensione e con un figlio adulto disabile ancora a carico. È povertà programmata.

Diritto alla vita sociale: Isolamento, abbandono del lavoro, relazioni che si sgretolano. Il 74% dei caregiver familiari è donna. È l’ennesima forma di disuguaglianza di genere legalizzata.

L’assistenza è un diritto, non una delega alle madri

La Costituzione dice che la salute è diritto dell’individuo e interesse della collettività. La Legge 104 parla di “integrazione”. Nei fatti, lo Stato integra i bilanci scaricando tutto sulle famiglie. Il fondo per la non autosufficienza è insufficiente, frammentato, erogato in ritardo. I progetti di “Dopo di Noi” restano spesso sulla carta.

Riconoscere il caregiver non è beneficenza. È applicare l’art. 38 della Costituzione: “Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale”. E chi li assiste ha diritto a non morire di lavoro invisibile.

Buon Primo Maggio a chi non stacca mai

Oggi le piazze sono piene di bandiere. Le case dei caregiver sono piene di silenzi. Il Primo Maggio esiste solo se esiste per tutti. Fino a quando la cura sarà un dovere privato e non un diritto pubblico, migliaia di “Anna” continueranno a timbrare un cartellino che nessuno vede.

Non servono applausi dal balcone. Serve una legge. Servono contributi figurativi, tutele, sostituzioni programmate, salario di cura. Serve smettere di chiamarli angeli e iniziare a chiamarli per quello che sono: lavoratori.

“Perché l’assistenza non è un favore. È lo Stato che manca.”

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